domenica 29 aprile 2007


muovo, parlo, scrivo, guardo. mischio le sillabe ed invento parole in lingue sconosciute per dire quello che dentro non ha più un suono . perchè tutti lo sappiano e nessuno capisca, come un tesoro di cui non esiste la mappa.
quel che rimane è una tela strappata da un uncino del tuo cuore pirata ed io che cerco di ricucire i colori e metterla in mostra per giustificare una distanza che non si riesce a colmare come un catino di zinco forato.
ti guarderò con il mio occhio di vetro colorato di sole ed ulivo, correrò con la gamba di legno seccato dal tempo, al tuo respiro profumato di erbe provenzali spiegherò le vele rosse anche senza comprenderle.
e continuerò a sperare di vederti alzare le bandiere. che siano bianche o dei tuoi mille dipinti. perchè da qui guardo quello che tu vedi. da qui ti aspetto in questa vita ventosa che mi agita i capelli e muove i pensieri . li raccolgo in un cesto, ne butto i peggiori. e li sbuccio ad uno ad uno per offerirteli a spicchi.

giovedì 26 aprile 2007

partirò presto, portandoti in una tasca di una giacca sportiva e controllerò non sia bucata per essere sicuro. sentirò il tuo sorriso luminoso farmi luce passo passo come un gendarme che controlla le orme un’amante fedele. ti vedrò nelle facce della gente ed alzerò la mano per farmi riconoscere, nei colori delle case che potrebbero essere le tue, attraverserò mille strade e tutte mi porteranno sempre alla mia roma. ed il tuo profumo sarà come la mollica del pane per ricordarmi sempre come arrivare da te.
ti stringo forte mentre vado, senza allontanarmi di un centimetro.

Notturna e finale
E anche questa notte comincia e annoderà lenzuola di bucato per farmi evadere dal sonno in ogni foro metterò una scelta, uno sbaglio e uno sbadiglio. questa notte non sarà uguale a nessun’altra come ogni impronta digitale,come ogni perdizione, perdita e malanno. Io sono naif e dipinta ingenuamente come una cartolina di natale e da qui saluto, firmando in stampatello, per mantenere le distanze fra un cuore in villeggiatura ed una tapparella abbassata per il caldo.
Esco e conterò le stelle invece di pecore scontrose.

martedì 24 aprile 2007



Si era schiantato su un aereo internazionale. Era morto un umido giorno di luglio, sudato e appiccicoso come gli altri suoi fratelli della settimana. E dire che non amava più volare da quel giorno di qualche anno fa quando era cambiato il mondo e che sarebbe andato in macchina anche a pasquetta a fare una gita fuori porta in Siberia pur di avere la terra sotto i piedi. Ma aveva violentato sé stesso per salirci su quel maledetto aereo, che altro modo non c’era. Tempo neppure. Era partito in cerca di qualche cosa che sperava da una vita. Se l’era detto più volte: non andare. E Dio solo sa se quelle voci che vengono dall’interno non si debbano ascoltare. Che o sono rutti per digerire o verità che proviamo a nascondere. Ma era curioso, lo era sempre stato. Era curioso, sì, oltre che avere mille altra qualità. Pigro, noioso. permaloso, soprattutto, ed infantile. Con il naso lungo ed un po’ di pancia (non troppa, però), ombroso, asociale, snob e vanitoso. Di poche parole, a volte nessuna che è meglio di troppe. Neanche più tanto ragazzo, in realtà. Ma certe cose è meglio saperle, così, per farsi bene il quadro della situazione. Meglio saperle, sì. Come che il più bel disco di musiche per natale è Baby it’s cold outside, di Holly Cole.
E poi non poteva mica continuare così, no? Una decisione andava presa. Una svolta, in un senso o nell’altro. Trarre il dado e del Rubicone farne brodo. E sbrodolarsi pure, nel caso. Che è sempre meglio la macchia degli stolti delle camicie pulite degli inutili.
E aveva accettato quella scommessa, allora. Persa in partenza (che mica ho detto stolti a caso). Infatti: boom. Aveva perso tutto. Faccia e cuore esplosi. E pure brandelli del suo corpo che volteggiavano, ora, nel cielo sopra la Borgogna. Ironico per chi ama il vino, il suo profumo.
A farlo decidere era stata una vecchia canzone walking on a thin line. Lo aveva fatto pensare che siamo tutti equilibristi su un cavo che attraversa le nostre vite. Alcuni cadono e vengono pianti. Altri non ci provano neppure. Abbandonano fischiati dal pubblico e presto dimenticati. Ma i migliori attraversano il vuoto su quel cavo sottile per arrivare dall’altra parte. Ovunque essa sia. Qualsiasi cosa essa sia. Vestiti come pagliacci, anche. Ma ci provano e ci riescono. Ricompensati dall’amore del loro pubblico. E lui, presuntuoso (mi eri dimenticato di dirlo, vero?), pensava di essere tra i migliori e potercela fare. Presunzione, sì. O forse solo illusione. Accecato com’era dalla vista del sole che era arrivato nella sua vita improvviso. Da quell’estate che non se n’era mai vista un’altra così.
Era stato un po' come se tu fossi un olimpionico di tiro con l'arco. Sei forte, sei bravo. Hai aspettato da tempo la tua grande occasione. Paziente. E sei l'uomo giusto. La gente ti apprezza per quello che sai fare. Sei un campione. Sei il Campione. (lo so che immaginarsi il Campione come uno che tira con l’arco non è facile. Però coraggio, un piccolo sforzi di fantasia. Magari in futuro, no?). Dicevamo del Campione. L’Invincibile. Ma poi si avvicina la gara. Aumenta la tensione. Ti viene la febbre. Il torcicollo. Mal di fegato e tendinite. Senti pure dolori muscolari che neanche immaginavi esistessero. Ti innervosisci. Sei agitato. Sei tra i favoriti ma dovrai sudartela. E ci arrivi stremato, vuoto. Ti tremano le mani come mai era successo.
Così che succede, quindi? Succede che fai schifo, fallisci. Ti fischiano. Ti odiano. Hai perso quella grande occasione. Quella con la O grande come una vita. Quella che sei fortunato se ti capita una volta. Che sei un cretino se la lasci scappare. E questo resterà di te negli annali. Per questo verrai ricordato. Ed allora pensi: come farò a perdonarmelo? Come farò, per il resto della mia vita a convivere con quella ferita nel cuore che continuerà a sanguinare, impietosa? Impossibile. Non sarà il tempo a guarire. Ti sei ucciso con le tue mani. Hai scagliato una delle tue frecce contro te stesso. Sei morto.
A volte è così che succede. Con una differenza. Le olimpiadi, dopo quattro anni, ritornano. Le sue, di olimpiadi, invece, non sarebbero tornate più..
Quello che più gli faceva rabbia era la propria colpa. L’aver fatto tutto da solo. Aver fallito per non essere stato se stesso. Non la voce, tremante ed insicura. Non i gesti, che aveva gesticolato come non aveva mai fatto. Non le parole. Quelle proprio no. Le parole. Che erano state quelle a farla innamorare. Le sue parole, quelle che sapeva scrivere così bene. Che a leggerle le si bruciavano le ali, e che invece lì, davanti a lei, non era stato capace di dire. E di bruciato era rimasto solo lui. Pollo alla diavola. Povero diavolo.
Si era presentato davanti lei pietrificato. Come un adolescente innamorato. Lui. Che era sempre stato determinato, freddo. Forse cinico. A volte. Che aveva sempre messo a fuoco l’obbiettivo e poi sparato, centrandolo. Paziente proprio come un cacciatore. E poi, quando gli si era presentata davanti la preda più grande, quella perfetta, niente. Cilecca.
Che ci sono volte in cui senti che vorresti dire qualche cosa. Che hai da dire quella cosa. Che vorresti che gli altri sapessero, capissero, ricordassero. E che dopo ti amassero perché l’hai detta.
Poi non ti vengono le parole.
Questo era successo. E sulla scaletta di quell’aereo che lo portava a casa lui sentì di essere morto senza sapere che morto lo sarebbe stato davvero da lì a poco. Almeno quello, in fondo l’aveva azzeccato (e mica tutto può sempre andare per il verso sbagliato, no?).
Aveva passato la vita aspettando. Di crescere, di laurearsi, di divertirsi, di sposarsi, di un lavoro che gli piacesse. Si vive di attesa e di speranza, si diceva sempre, destinate a morire all’alba. O forse no.
Quel forse, puntualmente disilluso, era ciò che lo faceva andare avanti. Ottimismo.
Che nonostante tutto non gli mancava, chissà perchè.
Ad esempio. Nella sua scuola si organizzava, tutti gli anni, il campionato di istituto di calcio a cui tutti erano invitati a partecipare. Per far si che nessuno si sentisse escluso e che tutti, più o meno, potessero giocare ogni classe aveva due squadre che partecipavano a campionati separati: i bravi ed i brocchi. Lui, ça va sans dire, stava tra i brocchi in una squadra capitanata da una specie di hobbit che si chiamava Fantozzi. Un nome ed un programma fedelmente rispettato: una squadra timida ed impacciata che arrivava regolarmente ultima.
Tutto questo, preso nel giusto modo, lo sport come gioco e non come esasperato agonismo, insegna a prendere la vita con distacco, con ironia. Insegna che l'importante è partecipare, appunto. Certo, però, che vincere, a volte, gli avrebbe fatto piacere. Ma questo era il suo stile, la sua cifra. Ottimismo, comunque.
La verità, però, è che le cose gli andavano sempre allo stesso modo. Non troppo male, in realtà. Ma in modo frustrante. Lui partecipava alla gara. La linea del traguardo era sempre ben visibile. A volte, addirittura, era in vantaggio sul rettilineo finale e faceva già la ruota, come i pavoni. La ola da solo mentre gli altri inseguivano, correvano, recuperavano, superavano. Ecco. Che sempre, ogni volta, ogni maledettissima volta, immancabilmente, perdeva. Piombavano come falchi gli avversari che lo superavano, togliendogli la gloria, il posto più alto del podio. C’era sempre l’intoppo, l’imprevisto.
Una vita da gregario, diceva uno che gregario non era. Frustrante per uno che, in realtà, meritava altro.
A descriverlo, chissà come funzionano certi meccanismi del nostro cervello, mi è tornato tra le pieghe della mente The ragpicker's dream di Mark Knopfler. Knopfler è un uomo innamorato della musica e questo è un disco ispirato, bello e delicato. Da sentire a volume non troppo alto. Un disco che, però, ho comprato tempo fa a scatola chiusa. Che ho comprato per la copertina. E’ un'immagine famosa, uno scatto in bianco e nero di Eliott Erwitt. Due amanti che ballano in cucina stretti in un abbraccio. Un’immagine bella ma che lascia, comunque, l’amaro in bocca. Qualcosa di magnifico e triste. Ecco. Quell’immagine, quel disco. Sono tutto quello che lui era.: magnifico e triste.
E’ bello ascoltare you don't know you're born con gli occhi ed il cuore in quella foto. E a volta piangere un po’ di sé. Lui, però, di piangere non aveva voglia. Magari suicidarsi. Ma piangere proprio no. Ed ora che era a pezzi, nel vero senso della parola, la sua essenza fluttuava nell’aria calda di luglio . E tutto era più chiaro. Tutto era più bello. Tutto aveva senso. Era morto (non suicida, che lo dicevo per dire) e rideva.
La storia era semplice e triste. Di quelle che per caso ti incontri, ti scrivi, ti piaci. E poi ancora ti scrivi e ti scrivi e ti scrivi. Parole liquide da bere a pasto e fuori. Parole che ubriacano come vino del sud, come il sole in testa. Parole che hanno il profumo del mare in un giorno alla fine di giugno. Che fanno ridere, piangere, leggere il cuore, colpire allo stomaco. Parole che accorciano lo spazio, quello grande che c’era tra di loro, che lui stava qui e lei mille chilometri più in là.
E poi arriva il giorno che quei chilometri non li sopporti più. Che troppo spazio soffoca il tuo cuore claustrofobico. Sarà il caldo di un’estate che corre o sarà la voglia che prima o poi ti assale. Sarà che vuoi sentire il profumo della sua pelle, che quello delle sue parole lo conosci bene. Ed allora raccogli coraggio da ogni cassetto perché sai che te ne servirà molto. Lo chiederesti in prestito se fosse possibile, ma le banche, è noto, non ci sono mai quando davvero servono. Se bastasse faresti la coda all’ipermercato di sabato pomeriggio. Tra mamme in tuta e figli all’arma bianca. Che il gioco varrebbe si un cero alla Madonna, eccome.
Fu così che partì. E se semplice e triste era stato l’inizio, semplice e triste fu pure il finale.
Che partì quel giorno d’estate, la vide, lo vide. Si innamorò, lui. Non lei. E finisce così.
Forse, si disse, le storie d’estate non finiscono mai bene, o forse dovrebbero solo nascere al mare. Che l’estate in città, lo sanno tutti, fa caldo e nessuno ha più voglia.
Ed ora, in quel cielo a nord ovest, fatto a brandelli, polverizzato fuori, che a farlo dentro ci aveva pensato già lei, ora lui sorrideva. Buffo, gli sembrava tutto questo suo destino al contrario. Tanto che ora gli sembrava di tornare a casa. Come un tappo di prosecco sparato nel cielo. Sorridevano le sue cellule, quello che rimaneva di lui. I suoi pezzi che volavano ingiù, su quei vigneti che tanto aveva amato la volta che ci aveva dormito in mezzo. Mezzo fegato ed un po’ di ossa. Il naso che quello, quando è lungo, non sparisce mai. Il resto era polvere.
Sorrideva, sì, pensando queste ultime, disperate parole:
sarò dottore per giocare con te
vino rosso per entrarti dentro e farti girare la testa
sarò strada perché tu mi percorra andata e ritorno
parole per chiamarti e non dirci niente
sarò la tua casa e sarai a tuo agio
il letto dove riposerai e dove mi vorrai
sarò città e vivrai dentro di me
campagna per spogliarmi in autunno, quando arriverai.
sarò, se tu sarai.
Sorrideva pensando che sarebbe diventato terra e poi uva. Mosto e poi vino. Vino che lei un giorno avrebbe bevuto.
Le sarebbe entrato dentro, sì. E le avrebbe fatto girare la testa. Finalmente.

domenica 22 aprile 2007

La figa è una ragnatela, un imbuto di seta, il cuore di tutti i fiori. La figa è una porta per andare chissà dove. O una muraglia che devi buttar giù. Ci sono fighe allegre E delle fighe matte del tutto, delle fighe larghe e strette. Quelle che sbadigliano e non dicono una parola neanche se l’ammazzi. La figa è una montagna bianca, bianca di zucchero. Una foresta … dove passano i lupi; E’ la carrozza che tira i cavalli. La figa è una balena vuota piena di aria nera e di lucciole. E’ la tasca dell’uccello, la sua cuffia da notte, un forno … che brucia tutto. La figa quando è l’ora, è la faccia del Signore. La sua bocca. E’ dalla figa che è venuto fuori il mondo, con gli alberi, le nuvole e anche il mare. E gli uomini, uno alla volta. Di tutte le razze. E dalla figa …è venuta fuori anche la figa Ostia la figa!

venerdì 20 aprile 2007

successe che, ad un certo punto, lui vide, in quegli occhi nascosti, quello che aveva cercato da tempo. vide l’acqua di pioggia in un giorno di luglio e la certezza di un cuore, per quel che può essere. sentì la sua voce un’ottava più alta volare veloce, salire leggera. immaginò le mani di lei come su un pianoforte, correre agili senza troppo pensarci.
ma sentì la paura che quegli occhi si richiudessero senza davvero averlo guardato. che anche quell’acqua che gli pungeva la schiena come una cascata di spilli defluisse senza che la potesse bere. difficile da trattenere, impossibile da riconoscere. e dissonante era il suono della sua voce, disarmonico il pianoforte.
respirò forte che quel giorno era finito. l’indomani chissà che tempo avrebbe trovato. un po’ di fresco, magari, e pensieri nuovi come la luce del mattino.
che in fondo niente era cambiato. lei lo amava in silenzio, come sempre, così forte da sentirsi ad occhi chiusi. un giorno o l’altro, forse, lei avrebbe comprato un aquilone per giocare con il vento. e per dirgli tutto quello che era da sempre.
quel giorno lui, finalmente, avrebbe pianto.
io quasi quasi prendo il treno e vengo, vengo da te



mercoledì 18 aprile 2007






roland barthes è stato un uomo bizzarro e fuori dagli schemi oltre che scrittore e semiologo raffinato. vissuto interamente nello scorso secolo morì come ogni persona di buon senso dovrebbe voler morire: investito da un furgone di una lavanderia. un lavaggio all’anima (a secco, mi raccomando), un passaggio verso dove saremo diretti e amen. scrisse tanto e di tutto. musica, fotografia, wrestling e proust. di letteratura, soprattutto.
il suo capolavoro, s/z, è la puntuale analisi di un racconto di balzac, sarrasine, fatta ad un solo scopo: definire come la narrazione sia unicamente il frutto di un contratto. dove qualcuno dà e qualcuno prende, dando qualcos’altro in cambio.
sarrasine è la storia di uno scultore follemente innamorato di zambinella, cantante d’opera. prima di morire sarrasine la ritrae in un’opera presa a modello da un pittore per immortalare adone. anni dopo l'affascinante madame de rochefide vede il quadro e chiede ad un uomo di della storia di sarrasine e zambinella. la sera successiva i due si incontrano e lui, seduto ai piedi della poltrona dove lei si è accomodata, comincia a raccontare.
il contratto, per vederla come barthes, è evidente: madame de rochefide vuole conoscere il segreto che sta dietro il quadro, il narratore vuole entrare nelle mutande di madame.
quanto vale un racconto? quanto costa scrivere? quando è equo lo scambio? io ti salverò, tu mi farai ridere. questi dovrebbero essere i patti e niente, dopo, sarà come prima.
perché senza scambio le fondamenta crollano, la nave affonda, il popolo va in guerra. le cose finiscono.
.
01 CHOVENDO NA ROS...

martedì 17 aprile 2007


non passa mai questa voglia di te. dalla tua voce che sento da dentro, della tua assenza che si agita al vento. impossibile capire cosa c'è dentro, come in un vaso dalle mille e più forme. foglie d'ulivo cadute per terra da sole ed uva buona per il vino che insieme berremo distanti trecento chilometri. una penna per scrivere parole senza senso sopra un tacquino nero che tengo in alto a sinistra e fogli di carta per farne aeroplani che volino parole oltre questa pianura. che ci siano salite che ci portino in alto e discese per far meno fatica.
e che ci sia il tempo per correre incontro al nostro.
01 Traccia 1.wma
come l'aria fresca che c'è la mattina presto questo volerlo dire al mondo o almeno a qualcuno.
sentirsi liberi che poi in fondo non lo è mai nessuno.
è un sorriso che arriva e ti sorprende. e non importa che tempo faccia perchè dentro è un giorno bello.
hai liberato un amore gettandolo al vento per guardarlo volare. sono semi nell'aria che prima o poi cresceranno. sono gesti e parole che qui rimarranno

sabato 14 aprile 2007

abituati alle nostre abitudini, il solito grazie e così sia
non ci rendiamo conto quando l’acqua del fiume diventa salata
che ogni notte di stelle è anche un giorno di meno.
impegnati da sempre a vivere la vita e che non la portino via
recitiamo il copione in una parte che il sarto più stretta ha tagliata
e quel che urla il corpo non sente l’orecchio che alleno.
con la faccia rivolta alla terra, con gli angoli in giù del nostro sorriso
mi chiedo se ho preso davvero la strada giusta al contrario
se anche tu e i tuoi dubbi ed il tuo cervello preciso
non siate rotaie convergenti dello stesso binario.
che l’aria fresca man mano si scalda,
che ogni vestito pian piano si strappa
che una regina anche lei ,lo sai, invecchia,
che ogni cosa finisce solo quando comincia
che ogni sogno che credi lo devi inseguire
fin quando un bel giorno sarà tempo di andare.




venerdì 13 aprile 2007

una strana esperienza amare un fantasma, un’ombra cinese, una matrioska bagnata. come amare bendati sopra un tappeto di polvere, allungare le mani e non trovare che aria. è essenza che ti passa attraverso e che poi vola via, lascia il suo segno senza uno sguardo. ma di questa ferita non potrai farne a meno, non potrai curarla ma solo girare la testa e far finta che non faccia più male. strano, dicevo, nuotare nel buio, sentirsi re in un castello di carta e parole, di buio e di niente. che di niente posso essere felice, di una voce che dice ti amo da morire, non fosse già morta una vita più in là.
Deux et deux quatre
quatre et quatre huit
huit et huit font seize...
Répétez! dit le maître
Deux et deux quatre
quatre et quatre huit
huit et huit font seize.
Mais voilà l'oiseau-lyre qui passe dans le ciel
l'enfant le voit
l'enfant l'entend
l'enfant l'appelle:
Sauve-moi joue avec moi oiseau!
Alors l'oiseau descend
et joue avec l'enfant
Deux et deux quatre...
Répétez! dit le maître
et l'enfant joue
l'oiseau joue avec lui...
Quatre et quatre huit
huit et huit font seize
et seize et seize qu'est-ce qu'ils font?
Ils ne font rien seize et seize
et surtout pas trente-deux de toute façon
et ils s'en vont.
Et l'enfant a caché l'oiseau dans son pupitre
et tous les enfants entendent sa chanson
et tous les enfants entendent la musique
et huit et huit à leur tour s'en vont
et quatre et quatre et deux et deux
à leur tour fichent le camp
et un et un ne font ni une ni deux
un à un s'en vont également.
Et l'oiseau-lyre joue
et l'enfant chante
et le professeur crie:
Quand vous aurez fini de faire le pitre!
Mais tous les autres enfants écoutent la musique
et les murs de la classe s'écroulent tranquillement
Et les vitres redeviennent sable
l'encre redevient eau
les pupitres redeviennent arbres
la craie redevient falaise
le porte-plume redevient oiseau.





mercoledì 11 aprile 2007

ambarabà cicì cocò, questo cuore a chi lo do,
che l’ho dato in pasto al mare, l’ha condito olio e sale,
l’ha mangiato e vomitato, alla sirena rifilato.
lei l’ha visto un po’ malconcio, e come fosse sancio pancio,
scaricato giù a cavallo, giù da podio e piedistallo..
l’ho riempito poi di vino, bianco secco e grignolino,
ma avrei voluto un alsazia, non andò bene e fu disgrazia.
poi l’ho dato a quella alta, per portarlo fino a malta,
alla francese quella sola, con progetti per la sua gola
ma non va bene, non è bello, e ricomincia il ritornello
l’ho portato a est-nord-est, l’han curato quelle e quest,
l’ho portato alla befana, mi è sembrata una romana
poi l’ho preso stretto stretto, quasi come fosse un gatto
dentro il vino ubriacato, stesso come innamorato
preso in giro, beffeggiato, una: “pirla” gliel’ha urlato
ed alla fine lo tengo solo, poi magari me lo scolo
e se qualcuna lo volesse anche sbagliando lo dicesse
che non vedo mai un errore a scoprire il proprio cuore.
quindi ascolta, dimmi bene, vino al vino pane al pane
quel che devo e cosa fare, per poterti infine amare




martedì 10 aprile 2007

passa la nebbia tra queste valli del tempo dopo che niente è rimasto, solo l'umido tra le ossa e quattro preghiere che non hai ascoltato.
avrai altri cuori da da giocare come da bambina facevi sul mare e troverai prima o poi la tua pace che non sarò io. o lascerai che il vento ti porti lontano, ti accarezzi i capelli e poi voli da me?
prenderò il tuo ricordo e lo brucerò nel camino, per sentirne il profumo per l'ultima volta. che sa di parole non scritte nè orali, di pensieri non falsi e forse inventati, di menta e di asfalto, di rosso e di attesa.
e ci sarà poi qualcuno che saprà come fare, ci sarà qualcuno che cullerà il tuo buon umore. ed allora sì che potrai ricordarmi, di tutto il mio vivere e di quanto anche tu. e di tutto quello che non abbiamo mai saputo e che un giorno, alla fine, abbiamo smesso di imparare.
sentisi soli in mezzo a troppa gente, sentire forte la mancanza di sè.
quel vuoto dentro di un albero cavo, di un guscio nocciola ucciso tra i denti.
non sentire il caldo di una giornata di sole, quando ti parli e non sai più risponderti.
e finire poi per non chiedersi più per godere in silenzio e morire da soli.
perchè certe coincidenze possono anche confondere e portarci di scatto verso la strada più giusta senza per questo volerla percorrere che i nostri passi sanno bene sbagliare, senza che il cuore ci possa mettere mano.


http://www.youtube.com/watch?v=QAx1h_GlEro
ho visto il tuo cuore volare e prendere fuoco,
l'ho visto giocare e ridere forte,
parlare alla gente, farti godere come se fossi io.
l'ho sentito, l'ho letto,
tra le gambe tremare.
e se ora mi perdo in questa cenere tiepida
ti chiedi per forza cosa manca davvero.
è come sempre un problema di pesi e misure, che si guarda distante più di quanto il cuore non veda e da vicino si osserva trovando i difetti. e si è sempre in bilico sull'ago della bilancia, tra il vivere in pieno mettendo su chili di anima o volare leggeri perdendo qualcosa per prendere quota. come vivere piano e sentire più forte o non perdere un attimo che i sogni poi scapano.

domenica 8 aprile 2007

amore dopo Amore

tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell'altro
e dirà: siedi qui. mangia.
amerai di nuovo lo straniero che era il tuo io.
offri vino. offri pane. rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
dallo scaffale tira giù le lettere d'amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
siediti. è festa: la tua vita è in tavola


sabato 7 aprile 2007

quanto dolore manca per realizzare un sogno,
quanto poco si tira per spezzare una corda,
quanto coraggio ci vuole per sopportare il niente,
quanta paura serve per non saper fuggire,
quanta abitudine si può sopportare,
quanta pazienza contiene un cuore che ama.

venerdì 6 aprile 2007

eppure ci sarà pure stato qualcun altro. qualcuno da lasciare sospeso, trapezista in volo senza rete.
uno studente che attende di sapere se verrà promosso e bacia la sua ragazza, un prete che aspetta la pasqua pregando tra gente sconosciuta e amata, un malato che dovrà fare le analisi e qualcuno gli porta fortuna, un baro che prepara la sua trappola e spera che anche stavolta funzioni.
qualcuno ci sarà che il suo destino è questo, che l’attesa sa di vita come per un fiume la speranza del mare.
ma di tutto questo, se la mia vita va così, che colpa ho? che posso farci io? perché questo strano destino che non è il mio? perché ti guardo dalla tribuna senza poter giocare?
lo so cosa vorresti. e conosco le tue mura che hai costruito intorno, tra paura e delusione. le conosco le tue mura che guardo da fuori come un alleato in ritardo dimenticato fuori dal ponte levatoio.
in questo tempo infinito che non vuole passare io aspetto. un gesto del cuore, di fumare parole senza filtro, un bicchiere d’acqua dove nuotare con te.
intanto apro un libro per uccidere la morte.
un po’ come ammazzare il tempo.

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