lunedì 24 marzo 2008

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mercoledì 14 novembre 2007

In questo secolo di vie ferrate, di imposte e debiti, e barricate
Di luce elettrica, di magnetismo, di carta straccia, di comunismo.
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Noi confitti al nostro orgoglio come ruote in ferrei perni
Ci stanchiamo in giri eterni, sempre erranti e sempre qui.
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I primi versi, meravigliosi ed attuali, sono frammenti di un’opera di un alienato monomaniaco e malinconico. I successivi di un demente, dettati di getto durante una seduta psichiatrica. Entrambi soli, disperati e anonimi. Entrambi vissuti tra la fine dell’ottocento ed i primi anni del secolo successivo. Entrambi citati negli scritti di Cesare Lombroso (raccolti in un bel libro dal titolo preciso, Delitto, genio, follia) per dimostrare come l’estro poetico si annidi nella pazzia. O viceversa.
Con intenzioni diverse, ma dicendo alla fine la stessa cosa, Mordecay Richler scrisse: Un’attenta analisi delle strategie sinistrorse in campo musicale porta alla luce un’arma fin qui ignota, il menticidio, messa a punto dal kgb per indurre al suicidio mentale, e cioè al rincoglionimento senza scampo, un’intera generazione di ragazzi americani. Il che spiega una volta per tutte i Rolling Stones
Poi sento:
I miei sogni sbattono nei tuoi e non è colpa mia
Dolce madre bella figlia e adesso mia mia mia….
Credo che si possa affermare con una certa precisione scientifica che Biagio Antonacci è perfettamente sano di mente.
Biagio Antonacci – Vicky love - 2007

martedì 13 novembre 2007

r.d.267/42

Ci ho girato intorno manco fossi una bici e la verità l’Italia ma alla fine l’ultimo chilometro arriva ed è sempre il più duro. Come la prima versione che è anche quella che conta e non torna.

Ho voluto credermi diverso, più bello o solo più definito. Credermi pesce senza neanche essere carne. Credermi alto come una donna con i tacchi. Ho giocato, interpretato, e come un grande attore ci ho creduto. Ho sognato, anche un po’. Poi, come normale e non speciale, svegliato.

Perchè invece. Invece. Ho un’altezza mezza bellezza, solo mezza però, come un pizzo, uno storno, una commissione, un ricatto. Non ho talenti da sprecare, non ho doni da nascondere, men che meno regalare. Giusto qualche parola per giocare e l’autonomia non sufficiente di una condizione necessaria. Ho guardato i piedi della realtà per non vederne la faccia fin quando si è capovolta per farsi conoscere o forse solo per dispetto.

Ci ho creduto davvero. Non più, ora.

venerdì 9 novembre 2007

Succede sempre dopo i corsi per i ragazzi. Che siano di tennis o di nuoto (o qualsiasi altro sport, credo). Succede che tu arrivi e fai quello che è prescritto. Che in uno spogliatoio ci si spoglia, da che mondo è mondo o almeno da quando li hanno chiamati così.

È in quegli istanti che avviene l’incontro. Tu che ti cambi e indossi l’abbigliamento adatto a quello che dovrai fare nella prossima ora. Loro che fanno il contrario. Qualcuno, più sveglio o soltanto più solo, fa da sé. Poi ci sono gli altri, quelli che la mamma li aiuta. La mamma che, probabilmente, ha smesso di considerarsi una donna, una moglie, un essere vivente ma è sempre e solo mamma.

Perché ci deve essere un motivo per cui queste signore stanno in uno spogliatoio maschile e dicano cose tipo: non badi a me.

Non badi a me? non è così che funziona.

Perché ci sono solo alcune possibilità ed il non badi a me non è contemplato:

· Prendi l’erede e lo trasferisci nello spogliatoio femminile. Comincerà a rendersi conto che ci sono differenze tra uomini e donne.

· Lasci il pupo da solo e che cominci a darsi una mossa. Che se può fare sport potrà anche cambiarsi da solo, no?

· Mandi il ragazzino a fare un giro e gli dici di tornare tra un po’. e ti spogli anche tu.

giovedì 1 novembre 2007

il libro nel cassetto, prima che salga sul comodino

Stavo pensando di scrivere un romanzo.
Ho i protagonisti.
Lui è un ex. Ex primo della classe, ex campione ai concorsi matematici, ex ballerino di ballo liscio, ex bevitore di vodka, ex marito, professione pensatore.
Lei è una post. Post sessantottina, post comunista, post traumatizzata, frequentatrice seriale di corsi post laurea senza aver mai finito il liceo, commentatrice di post, post coniugata che è come dire divorziata anche se preferirebbe vedova. E con un culo da favola. Un posteriore, meglio.
Hanno due figli.
Il primo è un aspirante osteopata, omosessuale dichiarato (nel senso che non l’ha detto a nessuno ma lo capiscono tutti), vive a casa con il padre (meno male, perché almeno lui, il figlio, cucina).
E poi Justine, la figlia. Alta, bella come un'incantatrice di serpenti, sempre vestita di nero. C'è chi ha ucciso per lei e chi, per dimenticarla, si è scolato tutto quello che c'era in cantina. Suora di clausura.
Ho il titolo: si nasce nudi e se va bene si muore in pigiama.
Alla trama ci penso nei prossimi giorni. O negli anni a venire. Chissà

lunedì 29 ottobre 2007



Bevo troppo, lo so. O almeno me lo ricordo sempre il giorno dopo quando mi alzo dal letto, vestito del giorno prima. Apro gli occhi e non sembra che tutto giri. Sembra quasi normale. Forse lo sarebbe se non decidessi di muovere la testa. Perché è lì cominciano i problemi, è in quell’istante che sale la fitta. Dalla base del collo parte, maledetta, e si arrampica come non esistesse la gravità. Sale veloce, un razzo sparato sopra il collo. Un cappio stretto attorno al cervello e che lo stringe con forza e sadismo, una ritorsione del mio corpo palestinese all’abuso israeliano di alcool.
Bevo troppo, è un dato di fatto. E almeno dimenticassi. Ma è una frase fatta, questa, e le frasi, quando sono fatte, perdono attendibilità, come le persone. Io bevo e ricordo tutto. Quanto, quando, dove. Il perché, accidenti. Soprattutto quello. Sono una spugna, è vero. Assorbo e trattengo. Bevo e ricordo. E quando quel perché sale a galla nel fiume di vino che mi scorre nelle vene un’altra fitta parte, un’altra esplosione avviene nella testa, il cappio ancora un poco si stringe. Ed io chiudo gli occhi e vedo lei, la mia vita. Come si dice di quando stai per morire e ti scorre davanti in formato polaroid, istantanee del passato che dopo un istante sono passate anche loro.
È un cerchio che si chiude ogni giorno, quando ripenso a tutto quello che è stato, a come sono andate le cose. Bevo più forte per benedire un rimpianto, per ricominciare da capo senza mettere il punto. Appoggio le labbra al bicchiere e bacio chi non c’è più. Che sia una donna, un ricordo, un’occasione, un momento.
Ho aperto il frigorifero, ieri sera. L’ho visto vuoto, o quasi, e comunque senza quello che cercavo. L’ho chiuso deluso. Ho fatto un passo indietro, poi uno avanti. Ho riaperto la porta cromata. Sorprendentemente, almeno per me, nulla è cambiato. Mi aspettavo di vedere cose nuove, la scatola dei formaggi piena, un vasetto di paté d’olive, la nutella, che in frigo neanche ci dovrebbe stare. Niente, solo l’insalata che è lì da giorni. Ecco, forse lei si è spostata, ma non è un buon segno.
Odio questo frigorifero. È come un cervello lobotomizzato, indifferente di fronte al cambiamento. Si riempie solo se riempito, incapace di creare, di soddisfare da sé. Freddo più di quanto non debba esserlo per contratto, come un avvocato sadico e non solo cinico. Ho perso lo sguardo nella desolazione dei ripiani finché l’occhio non è caduto su una bottiglia di Chablis Gran Cru. Le cose cambiano in un momento. Io amo questo frigorifero.
Al primo bicchiere ho pensato a quando sono nato. Ma ci sono cose che mica le puoi sapere, pure se c’eri e neanche dormivi. Capita, a volte, di sentire uno che dice “sono nato un freddo giorno di gennaio” come se, aperti gli occhi per la prima volta, avesse guardato fuori dalla finestra ed avesse visto la neve. Come se fosse importante. Come se quel freddo non fosse quello che segna il termometro ma quello dei coltelli che, da quel giorno, gli passeranno nel cuore.
Io non lo so che tempo facesse quando sono nato. So solo che era domenica e che era mattina presto, perché me l’hanno detto. E neanche questo, come tutto il resto, ha alcuna importanza, salvo per chi, quella mattina, avrebbe preferito dormire.
Qualche sorso più tardi ho pensato a quante volte mi sono innamorato. La prima volta, il primo giorno di scuola. S. era bionda e paffuta. Innamorata anche lei di un amore a prima vista, di quelli che solo i bambini sanno credere veri, di quelli che bruciano in fretta come le fiamme alcoliche di un dolce flambè. Innamorata come me ma di G., il più alto della classe. Ed il più antipatico, anche. O così sembrava a me e lo sembra ancora adesso.
E poi tutte quelle che ho portato con me in vespa. A., bellissima, morta troppo presto, prima che potessi dirle con lei avrei girato il mondo. Ma anche M. che mi piaceva tanto ed io a lei un po’ meno. L., con due tette che si incollavano alla schiena e speravi che quel viaggio non finisse mai. Ed E., che invece era piatta ma mi sussurrava piano nell’orecchio. E poi R., che mi ha portata dritta a casa sua. Anche C., l’ultima, che ancora adesso ricordo il suo sorriso mentre brindavamo o facevamo l’amore. Ultima, che dopo poco se ne è andata per sempre. La vespa, intendo, venduta all’improvviso senza una vera ragione. Come senza una vera ragione finiscono tutte le storie.
La fine, già. Perché tutto comincia e poi, di colpo o piano piano, finisce. Che sia uomo, cosa o animale. Ogni vita, preziosa e buttata, quegli amori che ogni volta sembravano per sempre. Ogni volta.
E questa bottiglia che è finita lasciando di sé solo questo mal di testa e qualche goccia sulla tovaglia e che basterà un lavaggio e non ne rimarrà più memoria. Come di me che rimango qui a pensare alle gocce che ognuno mi ha lasciato addosso. Ma non basterà una doccia a sciacquarmele via. Ci vorrà il tempo per farlo, la pazienza per aspettare il momento. Ci vorrà la volontà di dimenticare che non credo di avere, di ricordare che nel trovarsi c’è già anche il perdersi, che c’è un inizio e sempre una fine, che alfa e omega saranno sposi per sempre, che quando parti comunque arrivi e magari in un posto sbagliato. E che il nostro viaggio non sarà per sempre perché in mezzo c’è una cammino. Tutto e niente, non sappiamo.
Io, nel frattempo, ci bevo su.

mercoledì 17 ottobre 2007

incipit

Bevo troppo, lo so. O almeno lo ricordo sempre il giorno dopo quando mi alzo dal letto, vestito del giorno prima. Apro gli occhi e non sembra che tutto giri. Sembra quasi normale. Forse lo sarebbe se non decidessi di muovere la testa. È li cominciano i problemi, è in quell’istante che sale la fitta. Dalla base del collo parte, la maledetta e si arrampica come non esistesse la gravità. Sale veloce, un razzo sparato nel cervello. Un cappio che si stringe attorno al cervello e lo stringe con forza. Con un certo sadismo, anche, un specie di ritorsione del mio corpo palestinese all’abuso israeliano di alcool.
E poi almeno dimenticassi. Ma è una frase fatta, questa. E le frasi, quando sono fatte, perdono attendibilità. Come le persone. Io bevo e ricordo tutto. Quanto, quando, dove. Il perché, accidenti. Soprattutto quello. Sono una spugna, è vero. Assorbo e trattengo. Bevo e ricordo. e quando quel perché sale a galla nel fiume di vino che mi scorre nelle vene un’altra fitta parte, un’altra esplosione avviene nella testa, il cappio ancora un poco si stringe. Ed io chiudo gli occhi e vedo lei. La mia vita

sabato 13 ottobre 2007

La cipolla è un'altra cosa. Interiora non ne ha. Completamente cipolla fino alla cipollità.

Cipolluta di fuori, cipollosa fino al cuore, Potrebbe guardarsi dentro senza provare timore.

In noi ignoto e selve di pelle appena coperti, interni d'inferno, violenta anatomia, ma nella cipolla - cipolla, non viscere ritorti.

Lei piú e piú volte nuda fin nel fondo e cosí via. Coerente è la cipolla, riuscita è la cipolla.

Nell'una ecco sta l'altra, nella maggiore la minore, nella seguente la successiva, cioè la terza e la quarta.

Una centripeta fuga. Un'eco in coro composta. La cipolla, d'accordo: il piú bel ventre del mondo.

A propria lode di aureole da sé si avvolge in tondo. In noi - grasso, nervi, vene,muchi e secrezione.

E a noi resta negata l'idiozia della perfezione.





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