lunedì 29 ottobre 2007



Bevo troppo, lo so. O almeno me lo ricordo sempre il giorno dopo quando mi alzo dal letto, vestito del giorno prima. Apro gli occhi e non sembra che tutto giri. Sembra quasi normale. Forse lo sarebbe se non decidessi di muovere la testa. Perché è lì cominciano i problemi, è in quell’istante che sale la fitta. Dalla base del collo parte, maledetta, e si arrampica come non esistesse la gravità. Sale veloce, un razzo sparato sopra il collo. Un cappio stretto attorno al cervello e che lo stringe con forza e sadismo, una ritorsione del mio corpo palestinese all’abuso israeliano di alcool.
Bevo troppo, è un dato di fatto. E almeno dimenticassi. Ma è una frase fatta, questa, e le frasi, quando sono fatte, perdono attendibilità, come le persone. Io bevo e ricordo tutto. Quanto, quando, dove. Il perché, accidenti. Soprattutto quello. Sono una spugna, è vero. Assorbo e trattengo. Bevo e ricordo. E quando quel perché sale a galla nel fiume di vino che mi scorre nelle vene un’altra fitta parte, un’altra esplosione avviene nella testa, il cappio ancora un poco si stringe. Ed io chiudo gli occhi e vedo lei, la mia vita. Come si dice di quando stai per morire e ti scorre davanti in formato polaroid, istantanee del passato che dopo un istante sono passate anche loro.
È un cerchio che si chiude ogni giorno, quando ripenso a tutto quello che è stato, a come sono andate le cose. Bevo più forte per benedire un rimpianto, per ricominciare da capo senza mettere il punto. Appoggio le labbra al bicchiere e bacio chi non c’è più. Che sia una donna, un ricordo, un’occasione, un momento.
Ho aperto il frigorifero, ieri sera. L’ho visto vuoto, o quasi, e comunque senza quello che cercavo. L’ho chiuso deluso. Ho fatto un passo indietro, poi uno avanti. Ho riaperto la porta cromata. Sorprendentemente, almeno per me, nulla è cambiato. Mi aspettavo di vedere cose nuove, la scatola dei formaggi piena, un vasetto di paté d’olive, la nutella, che in frigo neanche ci dovrebbe stare. Niente, solo l’insalata che è lì da giorni. Ecco, forse lei si è spostata, ma non è un buon segno.
Odio questo frigorifero. È come un cervello lobotomizzato, indifferente di fronte al cambiamento. Si riempie solo se riempito, incapace di creare, di soddisfare da sé. Freddo più di quanto non debba esserlo per contratto, come un avvocato sadico e non solo cinico. Ho perso lo sguardo nella desolazione dei ripiani finché l’occhio non è caduto su una bottiglia di Chablis Gran Cru. Le cose cambiano in un momento. Io amo questo frigorifero.
Al primo bicchiere ho pensato a quando sono nato. Ma ci sono cose che mica le puoi sapere, pure se c’eri e neanche dormivi. Capita, a volte, di sentire uno che dice “sono nato un freddo giorno di gennaio” come se, aperti gli occhi per la prima volta, avesse guardato fuori dalla finestra ed avesse visto la neve. Come se fosse importante. Come se quel freddo non fosse quello che segna il termometro ma quello dei coltelli che, da quel giorno, gli passeranno nel cuore.
Io non lo so che tempo facesse quando sono nato. So solo che era domenica e che era mattina presto, perché me l’hanno detto. E neanche questo, come tutto il resto, ha alcuna importanza, salvo per chi, quella mattina, avrebbe preferito dormire.
Qualche sorso più tardi ho pensato a quante volte mi sono innamorato. La prima volta, il primo giorno di scuola. S. era bionda e paffuta. Innamorata anche lei di un amore a prima vista, di quelli che solo i bambini sanno credere veri, di quelli che bruciano in fretta come le fiamme alcoliche di un dolce flambè. Innamorata come me ma di G., il più alto della classe. Ed il più antipatico, anche. O così sembrava a me e lo sembra ancora adesso.
E poi tutte quelle che ho portato con me in vespa. A., bellissima, morta troppo presto, prima che potessi dirle con lei avrei girato il mondo. Ma anche M. che mi piaceva tanto ed io a lei un po’ meno. L., con due tette che si incollavano alla schiena e speravi che quel viaggio non finisse mai. Ed E., che invece era piatta ma mi sussurrava piano nell’orecchio. E poi R., che mi ha portata dritta a casa sua. Anche C., l’ultima, che ancora adesso ricordo il suo sorriso mentre brindavamo o facevamo l’amore. Ultima, che dopo poco se ne è andata per sempre. La vespa, intendo, venduta all’improvviso senza una vera ragione. Come senza una vera ragione finiscono tutte le storie.
La fine, già. Perché tutto comincia e poi, di colpo o piano piano, finisce. Che sia uomo, cosa o animale. Ogni vita, preziosa e buttata, quegli amori che ogni volta sembravano per sempre. Ogni volta.
E questa bottiglia che è finita lasciando di sé solo questo mal di testa e qualche goccia sulla tovaglia e che basterà un lavaggio e non ne rimarrà più memoria. Come di me che rimango qui a pensare alle gocce che ognuno mi ha lasciato addosso. Ma non basterà una doccia a sciacquarmele via. Ci vorrà il tempo per farlo, la pazienza per aspettare il momento. Ci vorrà la volontà di dimenticare che non credo di avere, di ricordare che nel trovarsi c’è già anche il perdersi, che c’è un inizio e sempre una fine, che alfa e omega saranno sposi per sempre, che quando parti comunque arrivi e magari in un posto sbagliato. E che il nostro viaggio non sarà per sempre perché in mezzo c’è una cammino. Tutto e niente, non sappiamo.
Io, nel frattempo, ci bevo su.

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